Agne… ma che hai detto?!?

Non ci credevo. Eppure è così.
Tra Londra, San Francisco e New York, ormai sono 14 mesi che vivo all’estero, più precisamente in posti dove si parla inglese.
Quando ero al liceo prendevo in giro – amorevolmente – una delle mie migliori amiche, italo-canadese, che di ritorno a scuola dopo un’estate passata in Canada, diceva (e ormai dico anche io per osmosi) “la polline”, oppure “affordabile” per dire che una cosa se la poteva permettere (da affordable); ancora ci sentiamo e ci frequentiamo, vive anche lei qui negli Stati Uniti, quindi appena possibile ci vediamo, altrimenti ci teniamo in contatto con i vari Whatsapp, Messenger e FaceTime. Tra di noi ovviamente parliamo in italiano. Una delle ultime volte che l’ho sentita mi ha detto “è stato bello toccare base con te” – un delizioso modo di dire americano “touch base”, per esprimere il piacere di essersi “ribeccati”, come diremmo a Roma.
Tutto questo che c’entra con me?

Ho voluto fare questa introduzione per dire che, nonostante ogni pronostico, sta succedendo anche a me.
Io, quella laureata in Lettere con la tesi in linguistica sulla romanità del Belli; io, quella che di lavoro cura i testi italiani e fa le traduzioni; io, quella che pareva se fosse magnata uno Zanichelli a sei anni; io, proprio io, mi sento dire sempre più spesso dalle mie amiche:
Agne… ma che hai detto?!?

Hanno ragione. Mia mamma, mia suocera, mia zia, le mie amiche, hanno proprio ragione! A volte non me ne accorgo neanche, ma formulo frasi con la sintassi inglese, tipo “è un importante scrittore!”; oppure non riesco a ricordarmi al volo come si dice una certa cosa in italiano, sopratutto parole che uso nella mia quotidianità americana. Ma quello che faccio più spesso in assoluto è italianizzare dei verbi inglesi tipo “sharare” (condividere), “enjoyare” (divertirsi), “matchare” (combinare), “droppare” (lasciare). Alcuni sono comprensibili, ma per altri mi sento dire il famoso “ma che hai detto?!”.

Se qualcuno dovesse sentirmi parlare con le mie amiche italiane che vivono qui a New York, penserebbe che stiamo facendo un esperimento degno di Labov, o Wittgenstein. Chiaramente parliamo italiano tra di noi, ma inserendo una miriade di parole inglesi come se nulla fosse, semplicemente perché ci vengono prima in mente. Vi faccio qualche esempio. In un negozio di vestiti: “che ne pensi di questo vestitino sleeveless?”; oppure al ristorante: “prendiamo la tap water o la sparkling?”; e ancora per esempio a yoga: “mi passeresti il mat?” o “ce l’hai il towel?”.

Per fortuna mentre lavoro non mi succede, o meglio, ho il tempo per pensare a quella parola che non mi viene, prima di tradurla. Mentre quando faccio editing dei libri, mi immergo completamente nella mia lingua, e allora non ho problemi.

Sono curiosa di sapere se succede anche a qualcuno di voi che mi sta leggendo, e vive da anni all’estero, in un paese del quale ha dovuto imparare la lingua, che adesso riconosce più “madre” dell’italiano. Fatemi sapere!

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