Elezioni USA 2016

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Fonte: www.google.com

Non so se scrivere un post ironico o dallo stampo giornalistico.
Probabilmente mi uscirà un mix, perché non riesco a contenere il mio pensiero e la mia teoria su questa vittoria repubblicana neanche troppo schiacciante.
Stamattina appena mi sono svegliata ho guardato Instagram… ci sono alcune immagini davvero degne di nota che vi riporterò nel post.
Sto leggendo anche tantissimi commenti tra tutti i vari social, altrettanti ne ho sentiti per strada stamattina mentre andavo a fare colazione nella caffetteria sotto casa.
I newyorchesi sono attoniti, io no, e vi spiego perché.

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Oriana Fallaci descrive New York negli anni ’50

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In questi giorni ho letto Penelope alla guerra, il primo romanzo della Fallaci, edito nel 1962. Parla di una giovane donna, Giò, che viene inviata a New York dal suo editore per trarre ispirazione per una sceneggiatura cinematografica. La Fallaci descrive molto la New York degli anni ’50, che lei stessa ha vissuto, e mi ha colpita, tra le altre cose, che certi luoghi da lei descritti esisono ancora, come il Monocle, che però è un negozio e non un bar, l’Harper’s Bazaar, e il Park Sheraton Hotel; così come le strade, che io stessa percorro spesso, e anche certe abitudini, come l’aria natalizia che si inizia a respirare sin da novembre.
Personalmente ammiro molto Oriana Fallaci, come donna, come scrittice e come giornalista, ma questo libro mi ha regalto un senso di familiarità che non avevo mai provato leggendo altri romanzi. Non mi identifico nella protagonista, se non per la caparbia con la quale disprezza la sottomissione della donna, pur soccombendo alle sue fragilità naturali, come il pianto, il batticuore, l’attesa.
Alla fine del libro c’è un intervista che venne fatta alla scrittrice da “Annabella”, nello stesso anno di uscita del romanzo. Voglio riportare una delle sue risposte in merito al “vivere in America”. È piacevole e triste allo stesso tempo notare come certe sensazioni non cambino a distanza di mezzo secolo, e probabilmente non cambieranno mai.

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Uno sguardo sul mondo

Non riesco a fare finta di niente, non riesco a continuare a fare la mia vita quando intorno a me si susseguono senza tregua eventi così terribili. Che siano guidati dalla mano dell’uomo, come gli attentati terroristici che si succedono incessantemente, o dal destino – Dio, Buddah, Allah, Spirito Santo, Dei dell’Olimpo, che ognuno lo chiami come preferisce – come lo scontro dei treni in Puglia, solo per citare l’ultimo, sono tutti eventi catastrofici che non possono lasciarmi indifferente.
Ho usato più volte la citazione di Elisabetta d’Austria, perché penso che mi rappresenti a pieno:
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Americanizzazione v 3.0

Vi ricordate del primo post che ho scritto sul processo di americanizzazione? Vi parlavo delle mie scoperte, di nuovi acquisti e di alcune cose che prima di venire qui assolutamente non consideravo. Poi un giorno ho trovato la giusta bibita da Starbucks, e tutto è cambiato. Quello è stato il primo passo che mi ha portata all’americanizzazione 2.0. E adesso? Beh, il processo non si è arrestato affatto, anzi, continua imperterrito, tanto da spingermi a scrivere questo secondo post che riguarda la “versione 3.0”.
Ma in che modo sto continuando ad americanizzarmi? Leggi tutto

Non è una città per cani

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Chi mi segue anche sulla pagina Facebook sa quanto io ami gli animali, e questo post in particolare è dedicato ai cani. Avendone uno, e volendolo portare qui con me, faccio sempre molta attenzione a come vengono trattati, a dove possono e non possono entrare, a quanti negozi ci sono per loro in giro per la città, agli spazi pubblici che li ammettono o meno, ai negozi dove sono ben accetti, etc.
Beh, la mia conclusione, seppur amara, è che New York non è una città per cani. Vi spiego il perché.

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NYC’s Serendipity

Stamattina stavo pensando alla serendipità. E pensavo che New York è davvero un ottimo teatro per la riuscita di questo spettacolo di coincidenze.
Tratto da Wikipedia:
“Il termine serendipità indica la fortuna di fare felici scoperte per puro caso e, anche, il trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne stava cercando un’altra.”

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Agne… ma che hai detto?!?

Non ci credevo. Eppure è così.
Tra Londra, San Francisco e New York, ormai sono 14 mesi che vivo all’estero, più precisamente in posti dove si parla inglese.
Quando ero al liceo prendevo in giro – amorevolmente – una delle mie migliori amiche, italo-canadese, che di ritorno a scuola dopo un’estate passata in Canada, diceva (e ormai dico anche io per osmosi) “la polline”, oppure “affordabile” per dire che una cosa se la poteva permettere (da affordable); ancora ci sentiamo e ci frequentiamo, vive anche lei qui negli Stati Uniti, quindi appena possibile ci vediamo, altrimenti ci teniamo in contatto con i vari Whatsapp, Messenger e FaceTime. Tra di noi ovviamente parliamo in italiano. Una delle ultime volte che l’ho sentita mi ha detto “è stato bello toccare base con te” – un delizioso modo di dire americano “touch base”, per esprimere il piacere di essersi “ribeccati”, come diremmo a Roma.
Tutto questo che c’entra con me?
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Prendere l’autobus a New York

Vita da autobusNonostante la metro sia più veloce, quando non vado di fretta preferisco sempre prendere l’autobus. Mi piace di più perché mi godo la città, come se fossi su uno dei Sightseeing, quei grandi bus rossi a due piani pieni di turisti. Certo, non c’è il secondo piano, a volte non c’è manco il posto a sedere, ma è gratis grazie al mio abbonamento mensile.
Quello dell’autobus a New York è un mondo a parte… Ve lo racconto.

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Me so ‘ncazzata

police-man-306848_640Listen to me: stavolta me girano.
Mannarino cantava “Me so ‘mbriacato”, io invece “me so ‘ncazzata”.
Ormai sono mesi che ricevo di richieste di “aiuto patriottico”, come se la solidarietà connazionale potesse sopperire alla più profonda ignoranza.
Volete sapere di che cosa sto parlando? Che cosa mi ha fatto arrabbiare così tanto? Beh, nel resto del post vi spiego cos’è che mi ha spinto a scrivere questo sfogo per fare finalmente un po’ di chiarezza. 
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