Oriana Fallaci descrive New York negli anni ’50

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In questi giorni ho letto Penelope alla guerra, il primo romanzo della Fallaci, edito nel 1962. Parla di una giovane donna, Giò, che viene inviata a New York dal suo editore per trarre ispirazione per una sceneggiatura cinematografica. La Fallaci descrive molto la New York degli anni ’50, che lei stessa ha vissuto, e mi ha colpita, tra le altre cose, che certi luoghi da lei descritti esisono ancora, come il Monocle, che però è un negozio e non un bar, l’Harper’s Bazaar, e il Park Sheraton Hotel; così come le strade, che io stessa percorro spesso, e anche certe abitudini, come l’aria natalizia che si inizia a respirare sin da novembre.
Personalmente ammiro molto Oriana Fallaci, come donna, come scrittice e come giornalista, ma questo libro mi ha regalto un senso di familiarità che non avevo mai provato leggendo altri romanzi. Non mi identifico nella protagonista, se non per la caparbia con la quale disprezza la sottomissione della donna, pur soccombendo alle sue fragilità naturali, come il pianto, il batticuore, l’attesa.
Alla fine del libro c’è un intervista che venne fatta alla scrittrice da “Annabella”, nello stesso anno di uscita del romanzo. Voglio riportare una delle sue risposte in merito al “vivere in America”. È piacevole e triste allo stesso tempo notare come certe sensazioni non cambino a distanza di mezzo secolo, e probabilmente non cambieranno mai.

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